L’ha detto la radio…

La traccia finisce, hai già aperto il canale del microfono, i numeri finiscono, il volume si abbassa e tu inizi a raccontare, a sentire la tua voce, ad articolare o soltanto a “rappare”. E’ come se ti chiamassero da un elenco e iniziassero a chiederti un argomento a piacere, mentre scrivono su un registro blu e tu guardi la penna e continui a parlare e parlare e parlare, poi muovi la mano destra verso su, e se non ti dimentichi, la mano sinistra verso giù. Il voto apparirà sullo schermo, in una casellina bianca sotto Zammù Zammù, e penserai a quanto sei stato capito o malinteso.

“Radio says” è un film sulle star e sulla gente comune. “Radio says” è un film sulla comunità e sulla massa. “Radio says” è un film in arena e uno sul palco.
La comunità di Allen inizia a recitare e lui rimane lì a guardare, anzi non resiste ed entra a mettere ordine. Che poi l’ordine di Allen è relativo: freaks, macchiette, uomini mascherati, pupe, marziani e millantatori. Tutti ad alternarsi in un tempo limitato, giusto il tempo tra una canzone e l’altra.
Il pesce dello zio, i fidanzati della zia, il taxi del padre, gli spogliarelli della maestra: il piccolo Woody, ebreo per nascita, genio per cause naturali, è cresciuto su un palco, un’arena, tra le star (a loro modo), in una comunità.

La radio (detta anche televisione) racconta, sogna, risveglia, terrorizza e accompagna. Ma dice, non mostra. Dice. E poi la radio è così beat, dannatamente glamour, inequivocabilmente chic.

“Scendere a compromessi” è un’espressione curiosa, carica di significato, almeno per me. Io che prima dei trent’anni dovevo conquistare il mondo.

Guardare la tenda, guardare a fianco, guardarsi intorno, guardare il film: l’arena è un mondo così piccolo che sembra il cielo venga giù a schiacciarti.

“Ha ragione Federico, comunicare fa male…mi incanta il mondo, mi incatena” (Ah! le monde, PGR).

rubo ai ricchi per dare ai poveri

E’ un post come un altro, è un post scritto difronte uno specchio obliquo, come è obliquo il mio umore, altalenante tra serenità ed inquietudine. Il mio colore è il nero.

Che Ridley Scott sia un grande regista è sicuro. Che Ridley Scott non sappia cucinare perfettamente le ciambelle è novità di questi ultimi anni. Che Ridley Scott riesca a farsi odiare dai francesi è una goduria.

Robin Hood con Russel Crowe è stucchevole, banale, revisionista, scontato, hollywoodiano, antiestetico, disordinato, lungo e corto allo stesso tempo. Lo sbarco in Normandia al contrario. I bambini sul pony. Ma è uno scherzo?

Mi piace trovare i personaggi di Lost nei film, tifo per loro, e anche se non riusciranno mai a sfondare, per me sono quasi amici, non posso credere che lunedì finisca tutto.

All’Università di Catania sono dei ladri. Ma mica quelli con le frecce e gli archi: no, loro hanno le promesse e le attese. Promettono, attendono e fanno attendere e poi rubano. L’aula 24 is my place, è il posto dove andrei anche in ciabatte e in tuta.

Ci sono tanti amici e sorelle minori. Tutti poveri, neanche uno ricco. Tutti derubati.

A la mierda todo y todos.

Una belga ha appena telefonato, due ciclisti stranieri sono andati via, Zuccarello ha consegnato, il vento sfoglia il book.

Come cazzo è possibile che riesca a essere così acido e poi mi sorprenda se la gente mi manda a cagare?

I poveri non li vogliono i soldi che io ruberei. E poi io sono un ricco.

Roxy bar vs Joy Division

Ultimamente ho come l’impressione di aver perso l’uso delle gambe e di stentare a recuperarlo. Avete presente le scene di quei film in cui il protagonista si trascina con le braccia su due barre di metallo e striscia i piedi a forza? magari assistito da un infermiere afroamericano e osservato da una biondina con gli occhi lucidi. Bene io quando cerco di scrivere ho questa impressione.


Avevo tempo fa conosciuto il fim Control, ma non ero riuscito a vederlo. Qualche giorno fa l’ho fatto. Control è la storia di Ian Curtis, frontman del gruppo inglese Joy Division. Ian morirà giovane, molto giovane, dopo anni di attacchi epilettici e patemi amorosi. Ovviamente per contorno metteteci un’insalata di sballo da palco, fama nazionale e non, e buona, ottima musica.

Mi chiedevo come mai la relazione Moglie-Ian-Amante fosse cosi presente in questo film: la risposta è semplice e ovvia, basta informarsi. A fare da sostegno alla pellicola è il diario della Moglie di Curtis, che non può non considerare la sua carriera da musicista secondaria, d’ostacolo e fuorviante per la serenità della vita del marito, nonché per quella propria e della figlia. Il controllo, già il controllo.

E’ strano il senso di insoddisfazione, ti fa fare strane cose: soprattutto perché non è sempre presente, sembra sparire o soffocare quando c’è chiasso intorno a te. Poi torni a casa, a lavoro, in auto, e lì nel silenzio torna anche lui.
Strano non è il termine adatto, lo definirei spietato: è come lavorare in un’agenzia di collocamento (era lì che Ian passava le sue mattine, sognando di fuggire) e poi la sera inseguire un sogno e per un momento dimenticarsi dell’insoddisfazione.

Ho voglia di arrossire, di tremare e di balbettare, di aspettare una risposta ad un sms e di stare sottocasa. Ho voglia di Catalunya, di bere una birra con Luciano, di ridere e andare al mare con Aixa, di sapere se Alex ha vinto.
Ho cambiato il turno inutilmente, sarà una giornata lavorativa.

Love will tear us apart

Non serve stare attenti…

Chi scoprirà questo spazio oggi non noterà il cambio, e poco importa. O Forse sì. Sta di fatto però che il mio spazio personale non si chiama più “Peggio di così” ma “Occhio pigro”.
Avevo pensato di raccontare me stesso, quasi compiacendomi della mia malinconia. Non è stata una grande pensata: devo sorridere, anche se non ne ho voglia.
E allora racconterò delle storie, o almeno la mia prospettiva di queste. Quello che pigramente riesco a sopportare, per una media di due ore, sono le storie dei film. Il mio occhio, stanco, pigro appunto, fa i conti con gli input da distrazione. Ne consegue che la resa finale è distorta, sfocata, inattendibile. Ma non voglio “riportare” ma “raccontare”, inventare, interpretare. Ed è quello che farò.

Nel mio breve e lungo weekend ho visto tre film: Il Profeta, I Love Radio Rock e Departures. Tutti e tre hanno solleticato la mia fantasia e datomi voglia di raccontare ai lettori il “mio” film.
Il Profeta è un film del 2009. Un film da galera, un film sull’immigrazione, un film sull’esclusione, un film di formazione. La mia immotivata diffidenza verso il contesto francese mi ha sempre portato a trascurare una realtà che invece risulta interessante. Pochi mesi fa ho visto “L’odio”, uno spaccato, fatto da uno “spaccato”, interpretato da spacciati. Il Profeta è pieno d’odio, ricorda Scarface, e forse anche Sorvegliato Speciale. Insomma non è un capolavoro. Mi ha però fatto ricordare che in Francia i delinquenti sono i Corsi, quelli che vengono dalla Corsica. E che i Corsi se la vedono brutta: adesso ci sono gli arabi a rappresentare la mafia vincente. Benvenuti nella globalizzazione, non sarà soltanto la gente onesta ad avere concorrenza?

I Love Radio Rock è il prefetto film da sabato sera: ti fa dimenticare il buio attorno a te, nella stanza, nella città, nella vita. Radio pirate: che geniali!!! British targato anni 60, con due spruzzatine di Easy Rider (a proposito Dennis Hopper sta per morire, cazzo). Mi piace tutto di questo film: il perbenismo sconfitto, l’emozione del microfono, il sesso disinvolto, la rivisitazione del concetto naturale di famiglia, la passione e la fugacità della vita. Quella si che era una Love Boat, bastava un vinile e uno spinello.
Da vedere.

Domenica mattina: è appena arrivata l’ora legale, qualcuno su facebook prima ha scritto: in Italia torna l’unica cosa legale, l’ora. Ho sorriso, questa è la settimana di “Raiperunanotte”, internet ha dimostrato che salverà le nostre povere esistenze, non quelle dei nostri figli, ma almeno le nostre. Ho scoperto un altro film: Departures, dal Giappone, parla di morte, quindi del passato. Ma parla anche di vita, di futuro, di lavoro, di prospettive, di amore, mi fa male vederlo, ma riesco a sopportarlo perché il protagonista ha gli occhi a mandorla, non è vicino a me. Suona persino il violoncello. Departures merità un post a parte. Non so ancora se lo scriverò mai. Sarà un post paterno.

Oggi è tornato Riccardo…io starei ore al sole oggi.

Tre e Futura

Domenica fredda quella del 17 gennaio. Con Mtv Gold faccio diventare Notorious dei Duran Duran la mia colonna sonora. Oggi mi sono svegliato sereno, è strano, credo che nel 2010 non ci sia ancora stata un’alba inquieta. Ne sono lieto, ero troppo “mala cumbinatu” nell’anno appena passato.

Avrete notato la mia deriva verso il siciliano. Credo sia dovuto alla mia abitudine a lasciarmi andare. Ecco perché vi parlerò di Tre.

Tre è un tipo che aveva molta fiducia in me. E forse ce l’ha ancora, ma molto molto meno. La sua fiducia non era solo nei miei confronti, ma piuttosto nella relazione tra me e lui. Non era mica stupido, sapeva che doveva fare la sua parte. E vi dirò, l’ha pure fatta, in un modo o nell’altro. Ma niente: la mia abitudine è molto più forte di lui ed ha perso. Perdono tutti, anche Tre, anche in tre.
La cosa che potrebbe stupire i meno attenti è che Tre ci ha provato, e riprovato, e poi provato ancora, senza riuscire. E uno si domanda: ma allora non è colpa sua? e solo una causa persa.

Adesso sul mio teleschermo appare un uomo dalla strana figura, con i capelli rossi e “a pazzo” che canta “I could be right and I cuold be wrong” (Public Image Limited – Rise). E sinceramente credo che sia qui il punto.

Ieri ho convenuto con Vittorio che è necessaria una rivalutazione, un revisionismo e una riscoperta del talento di Lucio Dalla. Anni ’70.

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