La traccia finisce, hai già aperto il canale del microfono, i numeri finiscono, il volume si abbassa e tu inizi a raccontare, a sentire la tua voce, ad articolare o soltanto a “rappare”. E’ come se ti chiamassero da un elenco e iniziassero a chiederti un argomento a piacere, mentre scrivono su un registro blu e tu guardi la penna e continui a parlare e parlare e parlare, poi muovi la mano destra verso su, e se non ti dimentichi, la mano sinistra verso giù. Il voto apparirà sullo schermo, in una casellina bianca sotto Zammù Zammù, e penserai a quanto sei stato capito o malinteso.
“Radio says” è un film sulle star e sulla gente comune. “Radio says” è un film sulla comunità e sulla massa. “Radio says” è un film in arena e uno sul palco.
La comunità di Allen inizia a recitare e lui rimane lì a guardare, anzi non resiste ed entra a mettere ordine. Che poi l’ordine di Allen è relativo: freaks, macchiette, uomini mascherati, pupe, marziani e millantatori. Tutti ad alternarsi in un tempo limitato, giusto il tempo tra una canzone e l’altra.
Il pesce dello zio, i fidanzati della zia, il taxi del padre, gli spogliarelli della maestra: il piccolo Woody, ebreo per nascita, genio per cause naturali, è cresciuto su un palco, un’arena, tra le star (a loro modo), in una comunità.
La radio (detta anche televisione) racconta, sogna, risveglia, terrorizza e accompagna. Ma dice, non mostra. Dice. E poi la radio è così beat, dannatamente glamour, inequivocabilmente chic.
“Scendere a compromessi” è un’espressione curiosa, carica di significato, almeno per me. Io che prima dei trent’anni dovevo conquistare il mondo.
Guardare la tenda, guardare a fianco, guardarsi intorno, guardare il film: l’arena è un mondo così piccolo che sembra il cielo venga giù a schiacciarti.
“Ha ragione Federico, comunicare fa male…mi incanta il mondo, mi incatena” (Ah! le monde, PGR).